CANTARINI Simone
‘il Pesarese’ (Pesaro 1612 – Verona 1648)
Pittore, incisore e disegnatore nato a Oropezza vicino Pesaro, figlio di Girolamo Cantarini, mercante e droghiere presso il quale si riforniva di colori in polvere il pittore tardo manierista pesarese Giovanni Giacomo Pandolfi che, insieme al pittore veronese Claudio Ridolfi anch’egli attivo a Pesaro, è stato uno dei primi maestri del giovane Simone.
In questa prima fase egli ha acquisito la tecnica dai suoi maestri, senza però aderire al loro stile.
I modelli dai quali ha tratto ispirazione sono stati soprattutto quelli del celebre pittore marchigiano Federico Barocci, scomparso pochi anni prima.
Evento decisivo nello sviluppo artistico del giovane Cantarini è stata però la collocazione nella cattedrale di Pesaro di una grande pala d’altare (ora nella Galleria vaticana), del maestro bolognese Guido Reni, che ha suscitato in lui enorme ammirazione.
Egli ha deciso quindi di stabilirsi a Bologna come allievo del Reni, avvicinandosi alla tradizione classicheggiante del maestro.
Presso il Reni si è perfezionato nell’uso dell’acquaforte e ha tradotto in lastra diversi dei suoi disegni.
Con il passar del tempo, sentendosi più sicuro di sé, egli è divenuto critico nei confronti del maestro e la sua presunzione lo portava, in assenza del Reni, a correggere le sue opere davanti agli altri allievi.
Insorsero anche difficoltà nella produzione delle incisioni e, dopo qualche episodio spiacevole, Cantarini ha abbandonato la scuola bolognese. Tra il 1639 e il 1642 ha lavorato nelle Marche e a Roma accostandosi a moduli espressivi classici e naturalistici.
Dopo la morte del Reni egli è ritornato a Bologna dove ha potuto aprire un proprio studio, non lontano dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, che è divenuto la sede della sua scuola personale frequentata da valenti artisti come Lorenzo Pasinelli e Flaminio Torri e dove ha eseguito opere nelle quali traspare l’influenza derivata dalla lezione artistica dei Carracci.
In questi anni hanno praticato lo studio di Simone nobili collezionisti, ricchi borghesi e semplici mercanti, che con le loro richieste hanno garantito una produzione continua di opere e probabilmente sono stati la principale fonte economica della sua attività.
Il Cantarini ebbe una produzione eccezionalmente abbondante e la sua facilità e ricchezza inventiva sono particolarmente evidenti nel vasto corpus dei suoi capolavori dipinti, nei suoi disegni e nelle sue incisioni.
Il Malvasia, suo contemporaneo e amico, ha narrato le vicende degli ultimi mesi di vita del Cantarini.
Chiamato a Mantova per fare il ritratto del duca, egli forse si è comportato male, ha criticato i quadri della collezione ducale e si è dilungato eccessivamente nell’esecuzione del ritratto, tanto che il duca stesso avrebbe affidato ad altri questo compito.
A tale versione dei fatti si contrappone quella testimoniata a Pesaro, dal nipote don Girolamo Cantarini, figlio del fratello Vincenzo, secondo il quale dopo le iniziali difficoltà il ritratto è stato portato a termine con soddisfazione sia dell’autore che del Duca.
Poco tempo dopo è morto in circostanze non chiare a soli 37 anni.
Secondo alcune fonti è stato forse avvelenato per volere del Duca di Mantova, secondo altri biografi l’avvelenamento è avvenuto per mano di un pittore mantovano geloso del successo di Simone.
Rientrato faticosamente a Verona è morto poco tempo dopo nell’ottobre del 1648.
Nel campo dell’incisione ci ha lasciato una quarantina di acqueforti di invenzione o derivate da soggetti del Reni raffiguranti l’infanzia di Cristo, la Sacra Famiglia, figure di santi e scene mitologiche.
Capolavori dell’arte grafica eseguiti con un segno leggero, arioso e attento ai valori della luce.